Un tempo, ma mica tanto tempo fa, diciamo quarant'anni fa', essere di sinistra significava molto più che "dire cose di sinistra". Chi lo era per davvero, chi ci credeva come fosse un modello esistenziale, si vestiva di sinistra, si pettinava di sinistra, era spesso vegetariano, ambientalista, viaggiava in "Due cavalli" e almeno una volta nella vita accarezzava l'idea di andare a vivere in una "Comune".
Cosa fosse la "Comune" è difficile da spiegare in un periodo come quello odierno, dove i modelli preponderanti sono atomico-molecolari, cioè o la vita da "single" oppure la famiglia padre-madre-figli@, ma più spesso madre-figli@ o padre-figli@.
Sebbene da un punto di vista storico nella "Comune" si potevano cogliere analogie con i modelli comunitari delle "utopie socialiste" (le comunità di Fourier ad esempio), la "Comune" anni '70/'80 era più casereccia e moderatamente relativista, un miscuglio fra ideali moderatamente anticapitalistici, modelli "woodstock" e grande, grandissimo desiderio di socializzazione.
Si sceglieva una vecchia cascina o un grande appartamento come residenza comune; ognuno si dedicava al proprio lavoro; si cedeva una parte dei guadagni per amministrare la "grande famiglia" che veniva così a formarsi. Ci partecipava chiunque volesse aderire a quel modello di vita sociale; persone singole ma anche famiglie con figli. La vita che si conduceva all'interno di questi gruppi era molto, ma molto meno scandalosa di quanto ne pensassero gli osservatori esterni. Un pianerottolo condominiale di persone molto affiatate potrebbe aver più da raccontare di una vecchia cascina sede di una "Comune".
Ho conosciuto Renato 40 anni fa'. Io avevo vent'anni e mi ero appena diplomato in conservatorio; lui ne aveva trenta e aveva voglia di studiare musica. Cercava un maestro e così ci conoscemmo.
Era un tipo simpatico, capellone, di animo buono e di idee moderate. Si professava di sinistra, ma aveva avuto un'educazione profondamente cattolica. Non andava in chiesa ma faceva volontariato nella piccola casa di riposo gestita dalle Orsoline.
Renato era fidanzato con una ragazza di una bellezza travolgente. Ai tempi Laura era una venticinquenne che pareva saper dominare la sua vita ed il suo destino con invidiabile abilità. Si stava laureando in medicina ed era appassionata di chirurgia.
Laura era una ragazza di sinistra da capo a piedi. Portava l'eskimo anche d'estate (che fra l'altro con quei capelli lunghi, castano scuro, gli stava benissimo), jeans, scarpe scamosciate e l'immancabile borsona di lana colorata. Vegetariana, non faceva uso di droghe, si guadagnava gli studi e anche una certa autonomia facendo supplenze a scuola qui e la'.
Quando conobbe Renato (lo conobbe in una scuola dove anche Renato faceva supplenze) Laura aveva appena deciso di andare a vivere in una Comune, in Piemonte.
Ho dato lezioni di musica a Renato per un annetto e, appena raggiunta una certa confidenza, ogni lezione era preceduta dai racconti della sua storia con Laura.
Normalmente a trent'anni, non si raccontano i propri tormenti sentimentali ad uno di dieci anni più giovane, ma lui aveva un gran bisogno di confidarsi e in me trovava un ascoltatore empatico. Della sua storia soffriva il giudizio dei genitori, e i commenti di alcuni amici al bar, brutti commenti. Il fatto che Laura avesse scelto di fare l'esperienza della "Comune" era oggetto di battute fuori luogo e maliziose. Appena pronunciava la parola "Comune" i risolini si moltiplicavano.
Così Renato si confidava con me, che ascoltavo con curiosità e desiderio di conoscere una nuova storia di vita.
Renato amava Laura, e a trent'anni gli amori non sono più confondibili con le infatuazioni. La amava al punto di tentare tutti i modi per accettare Laura pure con le sue scelte che non capiva fino in fondo.
Decise di trascorrere le vacanze estive (lunghe per i supplenti) nella Comune, con Laura.
Quando tornò non fu né riposato né sereno. L'esperienza non gli era piaciuta.
I suoi racconti erano segnati da malinconia ed insicurezza. La malinconia proveniva dal non essere riuscito, lui, ad entrare in sintonia con lo spirito di quell'esperienza; l'insicurezza cominciava a minare il suo sentimento per Laura.
Ciò che non era riuscito a sopportare era l'impossibilità di vivere un rapporto con Laura che fosse esclusivo. Non si riferiva a promiscuità sessuali, le quali erano totalmente escluse dalle dinamiche di quella comunità. Il fatto è che Laura aveva un rapporto di sincero affetto con tutti gli altri membri della Comune (due coppie, due ragazze, un ragazzo, una famiglia con due bambini, una anziana signora vedova e proprietaria della cascina, che diceva di aver ritrovato la giovinezza e la felicità; e infine due cani). Laura poteva decidere di passare un pomeriggio con i bambini, oppure con il ragazzo studente di scienze politiche parlando di Nelson Mandela, oppure andare a spasso per la campagna attorno, insieme all'anziana signora. Il tutto senza porre una gran cura ai programmi di Renato.
Renato e Laura dormivano insieme, in una stanza tutta per loro, ma questo a Renato non bastava. Lui voleva Laura tutta per se', giorno e notte. Laura gli diceva che nella vita normale, quando tutti e due avrebbero in futuro dovuto lavorare il giorno intero, le cose poi non avrebbero comunque consentito una esclusività totale. E poi perché coppia deve per forza significare isolarsi dal resto del mondo?
Tutto il vissuto di Renato, l'educazione ricevuta, le morali, i risolini, tutto ciò erano l'elefante nella mente di Renato. Se raccontava qualcosa ai genitori o agli amici al bar arrivavano puntualmente le battute sarcastiche e pungenti. Amava Laura ma la lasciò due mesi dopo quella vacanza in "comune".
Entrò in crisi e lasciò anche gli studi musicali.
Non lo vidi per anni.
Qualche anno dopo lo incontrai per caso. Andammo a berci una birra. Era sempre lo stesso Renato, capellone, insegnate di ruolo da due anni (23 anni di precariato), con una fede al dito ma con una certa malinconia negli occhi.
Indicai la fede e gli dissi: "Laura?"
"No! - disse lui.
"Mi sono sposato dodici anni fa con un'amica d'infanzia - e rimase un attimo in silenzio.
"Non è stato facile dimenticare Laura, sai; poi, pensa, due anni fa sono andato a farmi operare dei calcoli e me la sono ritrovata davanti; io sdraiato sul letto con una flebo al braccio, e lei in camice bianco, bellissima. La sera prima che mi operassero lei era di turno in reparto e così rimanemmo ad un tavolino, nella penombra, a raccontarci le nostre vite.
"Mi disse che si era laureata a pieni voti e che era riuscita rapidamente ad entrare nel mondo del lavoro.
Poi Laura gli raccontò della Comune. L'anziana signora si ammalò e morì nel giro di un anno. Non riuscirono a trovare un altro luogo dove stare e poi, in fondo, disse che ognuno di loro cominciava ad avere una vita troppo complicata per proseguire quella esperienza. I più dispiaciuti furono i due bambini: per loro fu quasi come se una famiglia si fosse separata; un trauma.
Renato raccontava di Laura così come si parla di un amore mai dimenticato.
Mi disse che Laura, poi, incontrò in ospedale un collega medico aitante e simpatico. Sportivo, di buona famiglia benestante, fervente cattolico. Quei tipi "fighi" che ottengono rapidamente ció che vogliono e poi fanno ció che vogliono. Esattamente l'opposto di ciò che Laura vedeva di buon occhio ai tempi della "Comune". Ma non si sa come, non si sa con quale tattica, il bel dottore riuscì a conquistare Laura. Riuscì a fargli indossare un abito bianco e a farla sposare in una chiesetta che, combinazione, stava a pochi passi da dov'era la cascina della Comune
In tre anni misero al mondo due figli, maschio e femmina, bellissimi ovviamente.
Poi, quando i figli avevano 8 e dieci anni, e tutto sembrava andare per il meglio, Laura scoprì per caso che il marito aveva una relazione da due anni con una giovane sportiva, incontrata sui campi da tennis. Laura soffrì ma fece di tutto per non disfare la famiglia. Ci pensò lui, però, a farlo. Mise incinta la sportiva e dichiarò alla moglie che da quel momento la sua priorità andava a questa nuova creatura, la quale meritava di avere un padre.
"Ma i nostri due figli che già abbiamo? disse Laura
"Non vorrai mica che faccia abortire Cristina (così si chiamava la sportiva); e poi i nostri due figli sono già grandicelli e sapranno cavarsela da soli.
Laura rimase talmente turbata da quel ragionamento che iniziò subito le pratiche di divorzio, non fece alcuna lotta per alimenti e altro, lasciò con i figli la casa dove stavano, ed andarono a vivere in un appartamento ricavato da una antica cascina ristrutturata.
Fu un periodo triste, per lei e per i figli, che patirono il trauma della separazione.
Il padre non si fece quasi più vedere. Anzi, dopo la formalizzazione del divorzio sparì del tutto.
Qualche tempo dopo Laura incontrò un tipo semplice, moderato, ne di destra né di sinistra, né credente né ateo, né bello né brutto, con 17 anni in più rispetto a Laura, ma di profondità intellettuale ed affettiva uniche.
Dopo le prime confidenze cominciò a frequentare la casa di Laura e poco per volta diventò amicissimo dei due figli, ormai grandicelli.
Sopra l'appartamento di Laura viveva una madre single con un figlio di dieci anni, abbandonata dal partner subito dopo la nascita del figlio. Il bambino era sempre al piano di sotto perché, sebbene i due figli di Laura avessero ormai attorno ai quindici anni, lì si sentiva a suo agio. Pretendeva che venisse giù il più possibile anche la madre, che del resto apprezzava assai l'ospitalità e la compagnia.
Dopo poco tempo il via vai tra un piano e l'altro era continuo. Decisero tutti insieme, Laura, i due figli, il nuovo compagno di Laura, la mamma e il bambino del piano di sopra, di fare una piccola scala a chiocciola interna, che andava da un soggiorno all'altro.
Renato disse che quando Laura parlava del suo presente ne parlava con la stessa luce negli occhi di quando descriveva la "Comune". La sua famiglia era ormai quello straordinario insieme di persone in grado di amarsi e di vivere rispettandosi reciprocamente.
Diceva che la famiglia era composta da lei, il suo compagno i suoi due figli, il terzo dei suoi due figli e la sua mamma. Ed un cane.
Poi Laura chiese a Renato della sua vita.
Renato raccontò di essersi sposato con una sua amica di infanzia. Si sposarono in comune, perché decisero che sarebbe stato più bello se un giorno, dopo tanti anni di matrimonio, avessero consacrato quella loro unione in chiesa come gesto di ringraziamento, piuttosto che farlo all'inizio, come fosse un contratto.
Ai loro genitori la cosa non piacque e ci furono lotte, litigi, scontri con la famiglia, ma così fecero.
Poi decisero di mettere al mondo un bimbo. Al sesto mese l'ecografia evidenziò un problema importante ai polmoni del piccolo. Si consultarono in famiglia. Discussioni, confronti, giudizi, minacce. Decisero di portare avanti la gravidanza. Dopo il parto il bimbo morì in tre ore: di agonia.
Per Renato e la moglie fu un'esperienza terribile. Per mesi non riuscirono ad avere rapporti sessuali. Poi, però, non ebbero più il coraggio di affrontare una nuova gravidanza. La coppia era in crisi; la moglie di Renato era rimasta colpita dal carico di responsabilità che la famiglia di Renato le aveva affibbiato
Laura disse "ma nessun medico vi ha consigliato, nessun psicologo vi ha detto che forse quella gravidanza poteva essere interrotta prima? L'aborto terapeutico esiste, è consentito!
Renato rispose: "famigliari, conoscenti ed il medico di famiglia ci dissero che l'aborto, anche se terapeutico, equivale sempre ad uccidere".
"Ancora una volta sei rimasto attorcigliato alle decisioni degli altri..." disse Laura.